Robert Doisneau

Robert Doisneau

«Quello che cercavo di mostrare era un mondo in cui mi sentivo a mio agio, in cui le persone erano gentili e dove potevo trovare la tenerezza che desideravo ricevere. Le mie foto erano come una prova del fatto che quel mondo può esistere». Un mondo fatto di gentilezza e ironia, di umorismo e allegria, di poesia e di quella leggerezza che non è mai sinonimo di superficialità. Un mondo che scorre nei 130 scatti in bianco e nero di Robert Doisneau, in mostra all’Ara Pacis di Roma fino al 4 settembre 2022. Il grande fotografo parigino è uno dei fondatori della fotografia umanista, tra i capostipiti del fotogiornalismo e della street photography, filone ancora oggi vivo che mette al centro quello che Henri Cartier-Bresson teorizzava come «il momento decisivo». È lo stile che Doisneau ha raccontato parlando della «scuola della strada» e della sua tecnica di appostamento: «Si arriva in un bel posto – spiegava – dove le cose formano una composizione armoniosa nello spazio. Si stabilisce un’inquadratura… E poi si aspetta, con una specie di speranza completamente folle, irrazionale, che le persone entrino nel riquadro».

All’Ara Pacis di Roma, fino al 4 settembre, retrospettiva del grande fotografo francese. Oltre 130 immagini per raccontare l’artista che della vita amava fermare istanti di ironia, poesia, leggerezza.

Robert Doisneau nasce a Gentilly, nei sobborghi di Parigi, nel 1912. Apprendista nel laboratorio di un fotografo pubblicitario, ama vagare per i quartieri popolari e della banlieu con la Rolleiflex sempre pronta. Grazie all’agenzia Rapho comincia a pubblicare le sue foto sulle riviste. La guerra blocca la sua carriera allo sbocciare: e allora fotografa la resistenza, poi la Parigi misera che cerca di risollevarsi. Lavorerà sodo come fotografo della Renault, dove dice di avere imparato a «conoscere la gente che si alza presto la mattina». La sua fama cresce e per un paio d’anni sarà fotografo di Vogue ma confesserà che della moda «non gli importava nulla». Henri Cartier-Bresson di lui diceva «Se c’è qualcuno che adoro, quello è Doisneau. L’intelligenza, la profondità di Doisneau, la sua umanità. Un uomo meraviglioso». In mostra l’unica foto che non è di Doisneau è un ritratto di Doisneau, scattato dall’amico Cartier-Bresson. Una squadra formidabile di fotografi, quella degli umanisti francesi di quegli anni, di cui facevano parte altri suoi amici come Willy Ronis a Sabine Weiss (fotografa di cui è in corso a Venezia una retrospettiva alla Casa dei Tre Oci fino al 23 ottobre). Un movimento che influenzerà anche al di fuori della Francia una generazione di grandi fotografi, come l’italiano Gianni Berengo Gardin (in mostra a Roma al MAXXI fino al 18 settembre). Doisneau muore nel 1994 lasciando un patrimonio di 450 mila scatti analogici gestito con amore dalle due figlie.

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tutte le foto © ermanno braghiroli 2021 - 33 views